I luoghi delle prime resistenze armate
Cefalonia
(circa 30 IMI piacentini catturati)
Dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940 a fianco della Germania, Mussolini decise di condurre una “guerra parallela”, con l’intento di affiancare degnamente l’alleato tedesco. In particolare, decise di invadere la Grecia, per cercare di affermare nei Balcani la sfera di influenza italiana. La spedizione in Grecia tuttavia non ebbe l’esito previsto, e le operazioni presto si arenarono. L’esercito greco, più determinato, avvantaggiato dal terreno e dalla conoscenza dei luoghi, e appoggiato dall’aviazione britannica, riuscì anche a respingere profondamente le truppe italiane in territorio albanese. Solo nella primavera del 1941, grazie all’intervento tedesco che fece collassare le difese elleniche, gli uomini del generale Alexandros Papagos furono costretti alla resa. La Grecia fu così sottoposta a occupazione, spartizione e controllo bipartito italo-tedesco.
Strategicamente molto importanti, le isole di Corfù, Zante e Cefalonia presidiavano l’accesso a Patrasso e al golfo di Corinto. La 33ª Divisione di fanteria Acqui del generale Antonio Gandin fu stanziata nelle isole, col 18° Reggimento di fanteria da montagna a presidio di Corfù e col grosso a Cefalonia, composto dal 17° e 317° Reggimento di fanteria da montagna, dal 33º Reggimento artiglieria, dal comando e dai servizi divisionali.
Progressivamente i tedeschi dispiegarono un loro presidio che si posizionò nel pieno centro di Argostoli, il capoluogo dell’isola. L’operazione tedesca faceva parte di una progressiva manovra di “incapsulamento” dei reparti dell’11ª Armata di stanza in Grecia, per prevenire eventuali defezioni o cedimenti in caso di sbarco angloamericano.
La Acqui era composta da personale inesperto, come il 317° Reggimento neocostituito e composto da personale richiamato o che non combatteva da due anni: lo svantaggio italiano si faceva anche sentire a livello di artiglieria, dove i pezzi, tranne quelli di preda bellica e i 75/27 contraerei, erano quasi tutti obsoleti. Praticamente assente era la Regia Aeronautica, mentre la Regia Marina – oltre a reparti di terra – aveva solo unità di naviglio leggero, tra cui alcuni MAS e dragamine.
Fino ai primi mesi del 1943 la convivenza tra soldati italiani e tedeschi nell’isola non aveva presentato criticità. Le cose cambiarono radicalmente dall’8 settembre di quello stesso anno, quando venne reso noto che il governo Badoglio aveva firmato un armistizio con i britannici e gli statunitensi.
Gandin diede ordine di iniziare a proteggere i centri nevralgici dell’isola, mentre le truppe tedesche mettevano in atto il piano di Berlino che prevedeva il disarmo delle unità italiane.
Fra gli uomini di Gandin si vennero a creare due fazioni: alcuni decisamente antitedeschi e altri (i tenenti colonnelli Uggè e Sebastiani) che invece ritenevano di dover continuare a combattere insieme ai tedeschi. In mezzo a questi, molti altri avrebbero voluto la cessione delle armi ai tedeschi, ritenendo impraticabile una seria resistenza.
Gandin invece, valutando che la superiorità numerica locale non compensava la presenza di oltre 300.000 tedeschi tra Epiro e Jugoslavia e la numerosa aviazione germanica, cercava di trattare una resa onorevole, non avendo alcuna evidenza di un possibile aiuto alleato al combattimento o all’evacuazione. Per questo consultò gli ufficiali dello stato maggiore e i comandanti di reggimento in merito alla ricerca di un parere sulla eventuale cessione delle armi.
L’11 settembre i tedeschi presentarono un ultimatum in nove punti, imponendo il disarmo totale della Divisione con la consegna delle armi nella piazza centrale di Argostoli entro il 12 settembre alle ore 18 davanti all’intera popolazione, proibendo la consegna di materiale alla popolazione greca, minacciando un intervento senza riguardo in caso di sabotaggi o violenze contro i tedeschi, mentre si prometteva genericamente “agli ufficiali e soldati disarmati un trattamento cavalleresco”.
Il 14 settembre, Gandin informò i tedeschi del risultato della consultazione tra i soldati della Divisione, rimarcando la scarsa fiducia che i soldati avevano nelle promesse dell’ex alleato di rimpatriarli accontentandosi delle armi pesanti e collettive.
Il 15 settembre i tedeschi, fino quel momento inferiori di numero, fecero pervenire sull’isola nuove unità della Wehrmacht e dell’aviazione con i suoi temibili Stuka, a cui gli italiani potevano opporre ben poco. La precedente decisione di abbandonare le alture al centro dell’isola assunta da Gandin come segno pacificatore verso i tedeschi si trasformò in un cruciale svantaggio tattico, in quanto da quelle alture si sarebbero potuti battere i punti di sbarco ostacolando notevolmente i rinforzi tedeschi. Ciononostante, le truppe italiane si batterono tenacemente, contendendo per una settimana il terreno ai tedeschi. Dal 16 al 21 settembre la resistenza fu accanita, soprattutto da parte del 33º Reggimento di artiglieria e delle batterie costiere della Regia Marina, fino a quando non vennero a mancare le munizioni e la glicerina per lubrificare i pezzi. Alcune batterie da campagna dovettero essere abbandonate dopo essere state rese inutilizzabili perché esposte all’avanzata delle truppe tedesche, sempre protette da un efficace mantello aereo.
Il 22 settembre, il generale Gandin decise di convocare un nuovo Consiglio di Guerra nel quale venne deciso di arrendersi ai tedeschi. La tovaglia bianca sulla quale i comandanti mangiavano tutte le sere venne issata sul balcone della casa che era sede del comando tattico in segno di resa. A questo punto, Hitler in persona ordinò che i militari italiani fossero considerati come traditori e fucilati senza pietà alcuna. I soldati che erano stati in precedenza catturati e fatti prigionieri furono immediatamente e sommariamente giustiziati; i tedeschi che cercarono di opporsi furono dissuasi con la minaccia di essere a loro volta fucilati. I rastrellamenti e le fucilazioni andarono avanti per tutto il giorno seguente, e si fermarono solo il 28 settembre non risparmiando neanche Gandin, morto la mattina del 24. In particolare, 129 ufficiali furono fucilati presso una villa chiamata Casa Rossa e 7 subirono la stessa sorte il 25 settembre perché, nell’ospedale dove erano ricoverati, il giorno prima si era verificata la fuga di due ufficiali.
Compiuto l’eccidio, i tedeschi cercarono di farne scomparire le tracce: con l’eccezione di alcune lasciate insepolte o gettate in cisterne, la maggior parte delle salme furono bruciate e i resti gettati in mare. I superstiti furono caricati su navi destinate ai porti greci e dai porti greci ai treni con destinazione Polonia (Auschwitz, Treblinka e Ghetto di Minsk), ma due di esse (motonavi Sinfra e Ardena) incapparono in campi minati e affondarono, e la Mario Roselli fu colata a picco da aerei alleati, che non conoscevano il suo carico umano.
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Corfù
(circa 53 IMI piacentini catturati)
Con l’annuncio dell’armistizio, ai primi momenti di euforia subentrarono presto altre preoccupazioni per il comandante del contingente italiano sull’isola di Corfù, colonnello Luigi Lusignani, piacentino di Vernasca. Il giorno 9 il colonnello e comandante del 18 Reggimento di fanteria Aqui, diramò le prime disposizioni per attuare la difesa dell’isola con le forze a disposizione, unità dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica, della Guardia di Finanza e della Milizia. Il giorno successivo, il comando tedesco chiese la resa degli italiani con conseguente consegna di tutte le armi.
Avuta rassicurazione dai suoi subalterni della volontà dei soldati di opporsi alla richiesta, il giorno 13 il colonnello Lusignani respinse con forza l’intimazione di arrendersi all’ex alleato, adottando tutte le misure per mantenere il controllo dell’isola greca e interrompendo le trattative con il nemico.
Il giorno successivo iniziarono i primi bombardamenti dell’aviazione germanica, mentre le unità di terra avviarono le operazioni contro la guarnigione italiana.
Giunse a Corfù, unico conforto per gli italiani, anche il personale del presidio di Porto Edda in Albania, ma dotato solo di armi individuali, cosicché le forze italiane arrivarono a circa 8000 uomini, mentre i tedeschi inviavano un imponente quantitativo di uomini, mezzi e artiglierie per la battaglia decisiva contro i resistenti. La notte del 24, favorito dall’oscurità, il nemico prese terra sull’isola. La situazione, per le forze italiane, si fece grave. Grazie al consistente supporto aereo, il 25 iniziarono gli scontri maggiori che portarono in breve tempo alla capitolazione di tutti i capisaldi italiani che cedettero alla resa il 26, dopo furiosi combattimenti e l’esaurimento delle munizioni.
Nel corso delle azioni, nel tardo pomeriggio, veniva catturato a Skriperon il colonnello Lusignani, con una parte del suo comando tattico: Luigi Lusignani venne fucilato immediatamente sul posto. Nella notte veniva passato per le armi anche il colonnello Elio Bettini assieme a 27 ufficiali (poi gettati a mare), mentre varie centinaia di soldati persero la vita durante i combattimenti. Tuttavia, a differenza di Cefalonia, a Corfù non si verificarono veri e propri massacri della truppa che fu fatta prigioniera o, nel migliore dei casi, riuscì a salvarsi grazie alla fuga su imbarcazioni di fortuna o all’aiuto della popolazione dell’isola.
Rodi
(circa 122 IMI piacentini catturati)
La città di Rodi era la sede di tutti i comandi militari italiani dell’Egeo. Complessivamente, il presidio ammontava, alla data dell’8 settembre, a 37.500 uomini delle varie Forze Armate, quasi tutti schierati lungo le coste per scarsità di mezzi di trasporto. I tedeschi schieravano, all’interno dell’isola, la Brigata motocorazzata d’assalto “Rhodos” con alcune unità di artiglieria.
Con l’arrivo della notizia dell’armistizio, il comandante del Comando Superiore Egeo, Ammiraglio Inigo Campioni, diede ordine ai reparti italiani di riunirsi e di tenersi pronti per interventi manovrati, mentre i tedeschi ricevevano l’ordine dal Comando supremo di occupare tutti i porti e gli aeroporti per evitare eventuali sbarchi degli Alleati.
Iniziarono subito violenti scontri con le unità italiane che convergevano verso la città di Rodi e i tedeschi che bombardavano il resto dell’isola. Vista l’impossibilità a proseguire oltre nella resistenza, Campioni intraprese trattative per la cessazione delle ostilità che assicuravano la liberazione degli insorti. I tedeschi però non si attennero agli accordi presi e, una volta catturati Campioni ed i suoi ufficiali, li trasferirono nei campi di concentramento in Germania. Per ultimi furono fatti partire i soldati, su piroscafi diretti al Pireo, ma molti non vi arrivarono, si disse allora, perché i natanti furono fatti affondare dagli stessi tedeschi durante la navigazione.
Kos/Coo
(circa 9 IMI piacentini catturati)
L’armistizio di Cassibile del settembre 1943, che sanciva la cessazione delle ostilità tra l’Italia e gli anglo-americani, anche a Kos/Coo venne annunciato la sera dell’8 settembre, cogliendo tutti di sorpresa e portando a manifestazioni di giubilo da parte della popolazione e dei militari, nella speranza di una prossima conclusione della guerra.
I pochi tedeschi presenti sull’isola, colti anch’essi alla sprovvista, furono facilmente disarmati dalle unità italiane agli ordini del colonnello Felice Leggio, comandante del 10° Reggimento di fanteria Regina.
In soccorso della scarsa mobilità e delle antiquate artiglierie a disposizione dei 4000 soldati italiani, tra il 13 e il 15 settembre, circa 1.300 soldati inglesi sbarcarono sull’isola per fronteggiare l’invasione tedesca che iniziava già dal 18 con bombardamenti aerei sui punti nevralgici di Kos.
All’alba del 3 ottobre, la 22° Divisione Aviotrasportata tedesca, guidata dal generale Friedrich-Wilhelm Müller mise in atto l’operazione Eisbär (“Orso polare”) giungendo in tre punti diversi dell’isola, sia dal mare sia dall’aria. L’effetto sorpresa fu devastante e nella battaglia che ne scaturì, mancò coordinamento tra le unità italiane e quelle britanniche: la RAF non riuscì a fornire copertura aerea e la rara presenza dell’artiglieria antiaerea consentì alle unità germaniche, coperte da una violenta azione di bombardamento aereo, di agire incontrastate e di prendere il controllo del territorio.
Così, nonostante la sproporzione delle forze in campo (circa 1.000 tedeschi contro più di 5.000 fra italiani e inglesi), le unità a difesa dell’isola furono facilmente scompaginate e il 4 ottobre dichiararono inevitabilmente la resa. In poco meno di quarantotto ore di combattimenti furono fatti prigionieri 1.388 inglesi e 3.145 italiani che vennero rinchiusi nel castello e nel campo di aviazione.
Gli inglesi vennero trattati come prigionieri di guerra, gli italiani come traditori.
Tra il 4 e il 6 ottobre i 148 ufficiali italiani catturati e che facevano parte del 10° Reggimento di fanteria Regina, subirono un processo sommario sotto la direzione di Müller, a conclusione del quale venne deciso che tutti gli ufficiali che avevano partecipato alla battaglia del 3 e 4 ottobre sarebbero stati fucilati (fra i primi, proprio il colonnello Leggio). Alla fine, dei 148 ufficiali, 7 passarono con i tedeschi, 28 riuscirono a fuggire in Turchia, 10 furono ricoverati in ospedale per poi essere trasferiti prigionieri in Germania, mentre gli altri 103 furono fucilati dai militari della Wehrmacht a partire dalla sera del 4 ottobre fino al 7 (e sepolti in fosse comuni da essi stessi scavate).
Lero
(circa 37 IMI piacentini catturati)
All’8 settembre 1943 era governatore del Dodecaneso, delle Cicladi e delle Sporadi settentrionali l’ammiraglio di squadra Inigo Campioni, con sede a Rodi. Una volta caduta quest’isola a seguito della battaglia di Rodi, il comando delle truppe italiane presenti in Egeo passò al generale Mario Soldarelli (già comandante della 6ª Divisione fanteria Cuneo dislocata a Samo) in quanto ufficiale di grado più alto, mentre a Lero prendeva il comando il capitano di vascello (nell’occasione promosso contrammiraglio) Luigi Mascherpa. Così come avevano fatto i soldati di Rodi, anche quelli di Lero optarono per una resistenza contro i tedeschi.
A Lero, importante base navale e di sommergibili, con depositi, officine e un arsenale, era stanziata una forza complessiva di 8.320 militari italiani, dei quali circa il 75% appartenevano alla Regia Marina.
Il tenente colonnello Andrea Li Volsi ricopriva il ruolo di comandante della difesa terrestre italiana. Le truppe del Regio Esercito consistevano in circa 1.200 uomini del 1° battaglione del 10º Reggimento di fanteria Regina (appartenente alla 50ª Divisione di fanteria Regina), il cui grosso delle truppe aveva combattuto ed era stato catturato a Rodi. A questi si univa la 402° Compagnia mitraglieri della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, ridotta però alla forza di un plotone.
Circa 400 aviatori con 12 apparecchi erano la forza dell’Aeronautica.
Dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre, e la notizia della resa di Rodi dell’11, il generale Soldarelli, da Samo, comunicò di aver assunto il Comando delle forze dell’Egeo. Dal giorno successivo il comando britannico avviò i primi contatti con il contingente italiano a Lero per fornire aiuti militari da schierare contro i tedeschi che, a loro volta, avevano iniziato a bombardare violentemente l’isola.
Fino al 26 diverse migliaia di soldati britannici sbarcarono con le loro unità e i loro mezzi, mentre per ben cinquanta giorni proseguivano i bombardamenti delle unità germaniche che, nel frattempo, avevano fatto capitolare le isole di Kos, di Levita e di Calino, diventate ottime basi di partenza per i loro velivoli.
Il 6 novembre, per volontà del Comando britannico del Medio Oriente, il generale Hall prese il Comando delle forze inglesi nell’Egeo e il generale Robert Tilney quello dell’isola di Lero di cui organizzò la difesa (2.000 soldati britannici), con i reparti italiani (1.500 uomini) incaricati della tenuta delle coste.
Il 12 novembre, i tedeschi, provenienti da Kos, sbarcavano a Lero, sia dal mare che dal cielo. Centinaia di aeroplani intensificarono i loro bombardamenti con lo scopo di tagliare in due le forze anglo-italiane. Il 14 la battaglia si fece spietata, con attacchi e contrattacchi sferrati da ambo le parti: tuttavia, i tedeschi ebbero ulteriori rinforzi e riuscirono così a strappare agli italiani il castello e a volgere la situazione a loro favore.
L’ammiraglio Luigi Mascherpa rifiutò una prima richiesta di resa il giorno 16, ma la sera stessa, quando il generale britannico Tilney alzò bandiera bianca, anche il comando italiano non poté che seguirlo nella sua sorte.
Venne assicurato dai tedeschi lo sgombero dei feriti; i morti, secondo i dati ricavati dai documenti dell’epoca, furono 600 per i britannici e un numero imprecisato, ma relativamente basso, per gli italiani. Furono invece catturati: 201 ufficiali e 3.000 soldati britannici, 351 ufficiali (compreso Mascherpa) italiani (12 vennero uccisi durante i combattimenti) e 5.000 sottufficiali e soldati italiani.
Il 17 novembre gli italiani furono riuniti in un campo di concentramento presso l’aeroscalo e invitati a scegliere una delle tre condizioni: adesione alle forze tedesche, impegno di lavoro a favore di esse, internamento in Germania. Quasi tutti rifiutarono le prime due e scelsero la terza. Per loro fortuna, forse anche a causa della presenza sull’isola dei britannici, non si ebbero eccidi e fucilazioni di massa.
Samo
(circa 50 IMI piacentini catturati)
All’annuncio dell’armistizio le Sporadi meridionali e le Cicladi erano presidiate dai reparti della 6° Divisione di fanteria Cuneo.
A Samo le truppe presenti la sera dell’8 settembre, insufficienti a difendere l’isola, erano impegnate nelle operazioni contro i partigiani greci. Queste ultime vennero subito sospese e le unità italiane furono allertate per eventuali attacchi da parte dei tedeschi.
A fine settembre, un primo contingente britannico di 600 uomini sbarcò nell’isola (agli ordini del generale Baird, che ne assunse il comando). Un mese dopo il contingente britannico ammontava a 2.000 soldati che concorrevano a mantenere l’efficienza delle opere difensive dell’isola, nonostante i continui bombardamenti da parte dei tedeschi.
L’11 novembre si trasferì a Samo il generale Hall, comandante delle forze britanniche nell’Egeo, ma con l’intensificarsi dei bombardamenti tedeschi, pressoché incontrastati, se ne ripartì quasi subito: il comando inglese e quello italiano, in considerazione degli scarsi viveri disponibili e anche dell’ostilità della popolazione greca, chiesero alla Turchia (neutrale) di accogliere le loro truppe di passaggio. Il governo turco acconsentì e così il 21 novembre ebbe inizio l’evacuazione. Ma non tutti gli italiani presenti riuscirono ad imbarcarsi, perché nel pomeriggio del 22 le truppe germaniche sbarcarono a Samo, mentre i reparti della 24° Legione della Milizia associati alla Divisione di fanteria «Cuneo» si affrettavano ad unirsi ad esse. La maggior parte degli ufficiali, sottufficiali e soldati si diede alla macchia mentre alcuni miliziani furono fucilati. In Turchia approdarono circa 4.000 uomini della Divisione (era il 23 novembre), che successivamente vennero trasferiti in Palestina e impiegati in diversi lavori.