Accordi italo-tedeschi
Da “prigionieri di guerra” a “Internati Militari Italiani”, a “lavoratori civili”: tre “NO” per fermare la guerra
Poche ore dopo l’annuncio dell’armistizio, Albert Kesserling, comandante in capo delle Armate sud, intima alle truppe italiane di proseguire la lotta a fianco delle truppe tedesche, pena il disarmo e la deportazione. Il 12 settembre, a fronte del massiccio rifiuto di aderire da parte delle truppe italiane, Hitler impone che i prigionieri di guerra italiani vengano impiegati come lavoratori in Germania. Il 20 settembre 1943, gli italiani prigionieri di guerra vengono trasformati in Italienische Militär-Internierte (Internati militari italiani, IMI), mortificando temporaneamente l’intenzione di Mussolini di costituire con essi un nuovo esercito da affiancare all’alleato germanico sui fronti di battaglia.
Sul piano giuridico, la categoria di “Internati Militari” identifica i soldati catturati durane la guerra in un paese neutrale e non è applicabile agli italiani, ma viene adottata in seguito a considerazioni pratiche e politiche, legate all’occupazione della penisola e alla nascita di un nuovo stato fascista vassallo nel Nord dell’Italia occupata: la volontà di punire il tradimento dell’8 settembre, eludere i controlli della Croce Rossa internazionale e soprattutto la necessità di aggirare le limitazioni imposte dalla Convenzione di Ginevra, che vieta l’utilizzo di prigionieri di guerra nell’industria bellica. Inoltre, la definizione poteva risultare più accettabile per Mussolini, che non avrebbe altrimenti saputo giustificare come mai un paese alleato della nascente Repubblica sociale italiana (RSI, 26 settembre 1943) detenesse in prigionia i connazionali.
Tra il 9 e il 10 ottobre 1943 vengono riprese le trattative per ottenere armi, uomini e addestramento per il nascente esercito della RSI. Il generale Rodolfo Graziani, ministro della Difesa nazionale della RSI, otterrà il “permesso” di costituire 4 Divisioni al posto delle 12 richieste, con uomini in parte reclutati in patria e in parte negli Stalag e Oflag in cui erano rinchiusi gli IMI, con termine ultimo per aderire al 15 novembre 1943, prolungato di fatto alla fine di gennaio 1944. Gli esponenti della RSI in Germania si adoperano perciò alacremente per convincere gli internati a combattere per la nuova Repubblica fascista, inviando emissari civili e militari in visita ai lager per la campagna di reclutamento, basata su un’intensa propaganda che fa leva sulla possibilità di sottrarsi al freddo e alla fame, oltre che di rientrare in patria, rivedere le famiglie e “recuperare l’onore perduto”.
L’ adesione alla proposta di arruolamento oscilla tra il 20% e il 25%, a causa soprattutto di una maturata avversione antitedesca, il radicale crollo nella fiducia nel regime fascista, la convinzione di una fine prossima della guerra con esito sfavorevole per la Germania, senza trascurare il persistere di radicate posizioni antifasciste tra gli internati.
Tra il 22 e il 23 aprile 1944, alla Conferenza di Klessheim, Mussolini preme per ottenere un cambiamento di status, in quanto ritiene la possibile civilizzazione degli IMI un utile strumento di propaganda da presentare all’opinione pubblica italiana. Il 20 luglio 1944 a Rastenburg, durante un incontro con Hitler, forte del fallimento del programma di reclutamento in Italia di manodopera da inviare in Germania, il duce insiste di nuovo, trovando l’appoggio di Fritz Sauckel, il Plenipotenziario tedesco per l’impiego della manodopera. Su ordine del Führer, il 3 agosto 1944, Wilhelm Keitel, il Comandante supremo della Wehrmacht, dispone la “civilizzazione” degli IMI: gli internati hanno l’obbligo di firmare una dichiarazione con la quale si impegnano a lavorare in Germania sino alla fine della guerra alle stesse condizioni previste per la manodopera civile italiana, ottenendo un certificato di rilascio e diventando lavoratori civili.
A partire da quel momento la RSI assume responsabilità di assistere gli IMI mediante periodiche ispezioni alle strutture dei lager e controlli delle disposizioni vigenti in tema di trattamento dei prigionieri, attraverso il Servizio assistenza internati (SAI), un’organizzazione che, oltre l’invio di generi alimentari, capi di vestiario e medicine, avrebbe dovuto garantire anche contatti epistolari con i familiari, organizzare all’interno dei lager un ufficio reclami d’intesa con i fiduciari e fornire consulenza legale per i processi in corso.
Il rifiuto di gran parte degli internati a sottoscrivere la “civilizzazione” viene risolto d’imperio, e il 4 settembre 1944, il Comando Supremo della Wehrmacht dispone la loro trasformazione obbligatoria in “liberi lavoratori”, assoggettandoli alla giurisdizione civile sotto la sorveglianza della Gestapo, che ben presto riguarda anche gli ufficiali degli Oflag (gennaio 1945). Dalle testimonianze emerge che il passaggio allo status di «lavoratori civili» consente inizialmente una serie di miglioramenti – alleggerimento del regime disciplinare, maggiore libertà di movimento, riposo domenicale, più vantaggiose condizioni salariali e miglioramento delle razioni alimentari – ben presto vanificati dalle misure prese nel quadro della “guerra totale”, che comporteranno un progressivo prolungamento dell’orario di lavoro; il ripristino della domenica lavorativa; la sospensione dei supplementi di vitto previsti per certi tipi di impiego e il peggioramento delle razioni alimentari.