Contesto storico

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Nella mattinata del 9 settembre 1943, unità motocorazzate della Wehrmacht e la 94° Divisione di fanteria dell’LXXXVII Corpo d’Armata comandata dal generale Georg Pfeiffer, partite dal campo d’aviazione di San Damiano e dislocate nei giorni precedenti tra Rottofreno e Castel San Giovanni, si diressero verso il centro della città lungo la direttrice posta tra il Trebbia e la Via Emilia pavese ed intimarono, come da ordini ricevuti direttamente dalla cancelleria del Reich, la resa al comando del presidio militare locale.

Tuttavia, i due ufficiali più alti in grado, il generale di brigata Rosario Assanti ed il colonnello Paleari, decisero nell’immediato, nonostante l’impossibilità di ottenere ordini precisi dai comandi superiori, di resistere all’intimidazione germanica.

La resistenza del presidio di Piacenza, forte di appena 1.500 uomini guidati sul campo dal colonnello Luigi Marzoli, nonostante la pressione delle forze tedesche, fu eroica, ma di breve durata a causa della superiorità germanica. Combattimenti violenti si svolsero lungo le rive del fiume Trebbia e sulle rotabili provenienti da Gossolengo. Successivamente i tedeschi assalirono le caserme ove la lotta divenne aspra.

Alle sei di mattina del 9 settembre, i tedeschi attaccarono i nuclei di resistenza. Lo scontro più cruento si ebbe nella zona di Rottofreno, dove furono uccisi 27 militari italiani e 5 civili.

Altri combattimenti si ebbero presso il ponte sul Trebbia a Sant’Antonio, alla Galleana e presso il ponte ferroviario sul Po, provocando la morte di altri 14 soldati.

Vista la forte resistenza, i tedeschi, risoluti a non sprecare ulteriormente tempo ed energie per occupare una piccola città come Piacenza, minacciarono così di bombardare il nucleo urbano con gli aerei di stanza a San Damiano.

Il generale Rosario Assanti, constatata la mancanza di ordini precisi provenienti dallo Stato Maggiore e dal Comando Difesa Territoriale di Milano, per evitare inutili distruzioni e spargimenti di sangue decise infine di accettare la resa imposta dal comandante tedesco e fece consegnare le armi ai militari italiani.

Nel pomeriggio quindi, dopo circa dieci ore di combattimenti, la divisione corazzata tedesca entrò in Piacenza e occupò le sedi del 4° Reggimento artiglieria (caserma Zanardi Landi), dell’Arsenale (in Viale Malta) e della Sezione Staccata dell’OARE (Officina Automobilistica regio Esercito) di San Lazzaro. L’occupazione totale della città venne ultimata nel giro di tre giorni, con un bilancio di sangue di 36 morti, di cui 5 civili, e di 49 feriti, di cui 5 civili. Anche i tedeschi lasciarono sul terreno 33 morti e numerosi feriti. Il 10 settembre tutta la città era in mano loro.

Il pericolo che l’intera comunità cittadina stava vivendo era tale che il vescovo Ersilio Menzani chiese l’intervento presso le alte gerarchie diplomatiche e governative dell’attivissimo arcivescovo di Milano Alfredo Schuster, di monsignor Evasio Colli, vescovo di Parma, che fungeva da intermediario con l’Alto Comando delle truppe tedesche e con il Governo di Salò e di monsignor Aristide Conti, arciprete di Castel San Giovanni, che teneva i contatti con i comandi locali.

Nonostante questi sforzi, i soldati italiani vennero ammassati e reclusi nelle caserme della città, in attesa di essere inviati nei lager del Terzo Reich.