Prime resistenze armate

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Dopo l’8 settembre 1943, diverse unità dell’Esercito, di stanza in territori occupati nel corso della guerra, reagirono all’ultimatum di resa dei tedeschi in Montenegro, Albania, Tessaglia, nell’Egeo, a Cefalonia e a Corfù, tentando una resistenza armata. Dopo un’impari lotta, sostenuta strenuamente senza ricevere alcun aiuto dalla madrepatria, che costò la vita a 18.965 uomini, in parte caduti con le armi in mano e in parte assassinati dopo essersi arresi, tutti gli arrestati furono fatti prigionieri, associati ai militari catturati in territorio metropolitano e all’estero e inviati nei campi di prigionia e lavoro del Terzo Reich.

Si era trattato di eventi non coordinati fra loro, spesso non dettati da una cognizione politica precisa ma dal bisogno di reagire alla condotta immediatamente ostile e intransigente dei tedeschi, per i quali il controllo dei Balcani, del confine con la Francia e dell’area mediterranea non ancora strappata dagli Alleati costituivano un’esigenza bellica primaria.

Il valore della loro scelta morale e civile, operata coraggiosamente dove l’unico elemento certo era la mancanza di chiarezza sull’immediato da farsi, consente di essere annoverata come una prima forma di Resistenza al nazifascismo.

Per i luoghi che hanno interessato la partecipazione alla resistenza armata di almeno 9 IMI piacentini vengono proposti degli approfondimenti (in costruzione)

Montenegro (ca 588 IMI piacentini catturati)

Albania (ca 436 IMI piacentini catturati)

Grecia (ca 1991 IMI piacentini catturati) tra cui: